
Il 18 Febbraio del 1940 nasceva Fabrizio De André.
Ora non è il caso di mettersi qui a raccontare la sua vita, sviscerata in tanti libri e anche in una mini-serie TV (prodotta dalla RAI, «Principe Libero»: non male, secondo me).
Ciò che mi colpisce sempre di più riguardo a De André è la faccia tosta con cui i peggiori personaggi oggi lo tirano per la giacca o ne decantano le lodi: i politici più impresentabili, gli opinionisti più squallidi… Quello stesso orripilante tipo di classe dirigente che per decenni lo ha odiato, spiato (letteralmente, con le microspie) e censurato, adesso è pronta a sbrodolarsi su quanto fosse geniale Faber.
Un’altra delle cose che continuano a sbalordirmi di De André è il fatto che fino alla fine è riuscito a creare dischi di una bellezza straordinaria. I comuni mortali invecchiando si rincoglioniscono o si svendono o semplicemente si stancano o gli passa la voglia.
Invece lui continuava sfornare capolavori.
Sembrava sempre sul punto di mandare tutti a cagare e ritirarsi in campagna, ma poi invece tirava fuori un altro disco meraviglioso.
Non si è accontentato di quelle canzoni che hanno plasmato l’immaginario collettivo come «La Guerra di Piero» o «Bocca di Rosa». Ha scritto «Non all’amore, non al denaro né al cielo» e «Storia di un impiegato».
E poi ha spezzato i confini del cantautorato risuonando i suoi pezzi storici con la P.F.M.
E ancora non gli è bastato, ha tirato fuori roba come «Crêuza de mä» e «Anime Salve».
Si sa, l’Italia è una piccola provincia dell’Impero globale, il nostro contributo alla cultura popolare mondiale è modesto. Non abbiamo avuto le grandi band che hanno fatto la storia della musica pop.
Però abbiamo avuto Fabrizio De André. Il resto del mondo se n’è accorto a stento, perché non capisce la nostra lingua. Loro non possono capire il profondo amore, il senso di rivalsa, l’orgoglio di aver avuto un artista del suo calibro dalla nostra parte, di quella di chi va in direzione ostinata e contraria.
Evviva i poveracci, i disgraziati, i migranti morti in mare, i barboni, i derelitti, le prostitute, gli schiavi.
Evviva Fabrizio De André.